Storia dell’ipotermia terapeutica

Storia dell’ipotermia terapeutica

Storia dell’ipotermia terapeutica

 

Come è nata l’idea di usare la bassa temperatura per curare i pazienti critici?

In questo articolo vediamo quando è nata l’idea dell’ipotermia terapeutica e qual è la sua storia.

 

Le prime esperienze terapeutiche con l’ipotermia

Le prime esperienze cliniche di terapia con ipotermia risalgono agli anni ’40 del secolo scorso, con particolare riferimento al trattamento del trauma cranico. 

Negli anni ‘50 iniziarono le applicazioni in ambito cardiologico e neurochirurgico. 

Ai primi anni ’60 si riferiscono i primi dati clinici nell’arresto cardiaco. 

Tutte queste esperienze si fondavano sull’unico, ipotetico, effetto neuroprotettivo indotto dall’ipotermia, derivante dalla riduzione del metabolismo tissutale. 

I risultati furono davvero molto scarsi. I motivi dell’iniziale fallimento dell’ipotermia terapeutica furono sostanzialmente due:  

  • i protocolli di trattamento prevedevano l’utilizzo dell’ipotermia profonda;  
  • La tecnologia di allora, inoltre, non consentiva un controllo termico ottimale del paziente, esponendolo a complicanze anche mortali. 

 

Il rinnovato interesse per l’ipotermia terapeutica

L’interesse per l’impiego clinico dell’ipotermia si ripresentò nei primi anni ottanta in seguito a dati positivi derivanti da esperimenti su animali. 

La neuroprotezione dovuta all’ipotermia terapeutica si ottiene anche per gradi lievi di ipotermia

Una prima importante conquista nella conoscenza del fenomeno fu la comprensione che la neuroprotezione si potesse realizzare con un grado di ipotermia da lieve a moderato, piuttosto che a livelli di ipotermia profonda, riducendo così gli effetti collaterali e le complicanze della manovra terapeutica. Si gettarono così le fondamenta per un uso clinico sicuro dell’ipotermia. 

L’efficacia dell’ipotermia terapeutica derivante dalla riduzione dei danni successivi all’evento iniziale

I nuovi concetti erano avvalorati dall’osservazione che gli effetti protettivi dell’ipotermia non erano né esclusivamente né principalmente dovuti alla riduzione del metabolismo tissutale: il substrato fisiopatologico è ben più complesso. 

In seguito all’evento lesivo (ischemico o traumatico) si innescano delle cascate di eventi a livello cellulare: la molteplicità di reazioni biochimiche può danneggiare in modo variabile la cellula e può protrarsi in una finestra temporale di durata variabile, che dipende dalla causa iniziale e dal trattamento terapeutico intrapreso. 

Questi processi, che sono stati descritti variamente con i termini di “malattia da post-rianimazione”, “danno da riperfusione”, “lesione tissutale secondaria”, possono protrarsi per ore, ma anche per molti giorni dopo la lesione iniziale e possono essere riattivati con i nuovi episodi di ischemia o trauma. 

Un punto chiave è stata la comprensione che tutti i processi che determinano il danno cellulare sono temperatura dipendenti. Essi peggiorano all’aumentare della temperatura, mentre rallentano la progressione fino anche ad arrestarsi alla riduzione della temperatura corporea.  

 

Ruolo della terapia intensiva nella storia dell’ipotermia terapeutica

Un altro punto essenziale è stato, nel corso degli anni, l’avvento delle unità di terapia intensiva dove poter prendersi cura dei pazienti critici e dove poter realizzare l’ipotermia terapeutica in maniera sicura e ben controllata.

In particolare il miglior monitoraggio, la miglior gestione diagnostico-terapeutica del paziente critico ha permesso di ridurre gli effetti collaterali e le complicanze nel paziente trattato con ipotermia terapeutica.

Terzo elemento cruciale da considerare è che la tecnologia mette a disposizione attualmente delle metodiche di gestione termica del paziente del tutto inimmaginabili nel secolo scorso. 

Sono queste le basi che consentono oggi di applicare clinicamente in modo efficace il trattamento con ipotermia. 

 

dott. Vincenzo Campanile

dott. Vincenzo Campanile

 

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