Stati Uniti e Covid-19: quando “America First” diventa ridicola e controproducente

Covid-19 e Stati Uniti: quando la politica di “America First” diventa controproducente

E’ sabato pomeriggio. Squilla il telefono: “Marco, abbiamo un problema, bisogna che ci aiuti a risolverlo”. Così esordisce un primario di anestesia di un noto ospedale che mi chiede di aiutarlo a risolvere una faccenda intricata.

 

Una diagnosi triste e un problema attivo

Qualche giorno prima una persona di nazionalità americana molto in vista era giunta in Italia per un importante evento a cui presenziare.

Era sempre stata in buona salute, ma da qualche giorno aveva cominciato a lamentare un mal di testa inconsueto, che aumentava nel tempo.

Così si era recata in ospedale per accertamenti. Grande lo shock quando è emerso alla TAC un tumore cerebrale aggressivo, che stava causando anche una compressione del cervello!

Si tratta di una situazione che si chiama “ipertensione endocranica”: accade quando si sviluppa nel cervello una qualche massa aggiuntiva (sangue, liquor o tumore) che spinge le altre strutture dentro il cranio, che è inestensibile. Così, aumentando di volume la massa dentro il cranio, c’è meno spazio per il cervello e aumenta la pressione all’interno, con il rischio di lesioni cerebrali.

Quindi, al di là della presenza del tumore aggressivo, che doveva essere operato, c’era anche questa situazione che era stata messa sotto controllo dai neurochirurghi, con farmaci anti-edema.

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Ed ora, cosa fare?

La famiglia del paziente era tutta negli Stati Uniti. In particolare il coniuge, medico ai vertici di un famoso ospedale degli States, desiderava averla vicino per organizzare il delicato intervento chirurgico vicino a casa e non in un paese distante migliaia di chilometri, senza poterle dare assistenza e conforto.

Così la famiglia aveva chiesto all’ospedale dove il paziente era ricoverato in Italia di poterlo trasferire, a pagamento, fin negli Stati Uniti. La direzione dell’ospedale tuttavia si mostrava sorda alle richieste dei familiari, rispondendo che l’ospedale avrebbe potuto operare il malato, ma non avrebbe permesso che un medico l’accompagnasse fin negli Stati Uniti.

La famiglia cercava quindi un qualche medico che, privatamente, potesse salire sul loro jet privato per accompagnare il paziente durante tutto il delicato viaggio aereo, pronto ad intervenire qualora succedesse qualcosa, durante le modifiche della pressurizzazione della cabina.

Non desiderava mobilitare un’aero-ambulanza privata, l’equivalente di un’ambulanza privata, ma internazionale, per questioni di discrezione. Comprensibile.

 

Ecco dunque il motivo della telefonata del primario di anestesia. Aveva necessità di un medico libero professionista, quindi svincolato dagli obblighi del sistema sanitario sanitario nazionale, che potesse accompagnare il paziente. Per il quale era già stato prenotato il jet privato per lunedì mattina.

 

La normativa italiana per gli accessi durante l’epidemia di Covid-19

Prima di mettermi a disposizione faccio le verifiche presso il ministero della Salute per la questione quarantena. Nel provvedimento DPCM di agosto (1) è indicato che chiunque rientri dagli Stati Uniti deve essere sottoposto a quarantena fiduciaria. Che naturalmente non mi sarei potuto permettere, dato che avrei altrimenti messo in difficoltà molti colleghi che mi avrebbero dovuto sostituire in un’epoca in cui i medici anestesisti sono rarissimi.

In realtà il provvedimento governativo prevede una situazione specifica, quella di persone che si rechino e rimangano per lavoro all’estero per periodi molto brevi, sotto le 120 ore totali. Era proprio la mia situazione! Ebbene, per queste persone non è previsto l’obbligo di quarantena fiduciaria, ma soltanto di sorveglianza e tampone qualora vi fossero sintomi respiratori oppure febbre sopra ai 37,5°C.

 

Le operazioni preliminari alla partenza

A quel punto mi sono reso disponibile. Mi chiama il coniuge, medico negli USA, per darmi le indicazioni tecniche del volo di andata: avrei preso il Jet privato per assistere il paziente, poi all’arrivo negli Stati Uniti si sarebbe presentato direttamente lui a prendere il coniuge e mi avrebbe poi offerto il primo volo disponibile per il rientro in Italia.

Invio il passaporto e rimango in attesa del nulla osta definitivo.

 

Un inconveniente inaspettato

Domenica ore 08.00: 27 ore alla partenza

Squilla nuovamente il telefono dagli Stati Uniti. E’ il chirurgo, coniuge del paziente, che mi spiega che esistono delle difficoltà burocratiche. Per via del Covid-19 negli Stati Uniti non è ammessa l’entrata di alcun cittadino europeo se non per motivi gravissimi. Occorre un “special interest waiver” che deve essere rilasciato dall’ambasciata statunitense in Italia. Le aziende che sono riuscite ad ottenerlo per un proprio dipendente hanno dovuto impegnare un team di avvocati e le procedure per ottenere il permesso sono durate svariati giorni. Mi promette che avrebbe fatto di tutto per risolvere la questione, specialmente con i suoi contatti molto altolocati.

Domenica ore 17.00: 16 ore alla partenza

Mi richiama il coniuge del paziente. Non è possibile avere alcuna deroga all’inflessibile legge contraria all’immigrazione. Il problema non consiste nel fatto che io prenda il jet privato o che accompagni il paziente, ma che io scenda dall’aereo calpestando il suolo americano per andare a prendere l’aereo di rientro. Mi accenna al fatto che non sarebbe stato in grado di garantire per la mia incolumità: verosimilmente sarei stato trattato da clandestino in arrivo? Sarei rimasto negli States come Tom Hanks nel film “TERMINAL”? Non è del tutto chiaro questo ultimo aspetto.

 

America first

E’ ridicolo che il paese al mondo che esporta più Covid-19 di tutti sia quello che si protegge nel modo più severo ed inflessibile. Probabilmente la legge approvata non ha considerato vari altri casi specifici, come accade invece in Italia per il decreto legge approvato lo scorso agosto. Evidentemente negli USA le leggi vengono approvate un tanto al chilo, e per chi non rientra nei parametri grossolani, chi se ne importa.

L’atteggiamento “America First”, in questa triste vicenda, anzichè tutelare i cittadini americani dal pericolosissimo Dott. De Nardin, tamponato ogni 10 giorni e utilizzatore di presidi FFP2, impediva al paziente di essere assistito per la sua incolumità durante il volo.

 

Partenza verso gli USA, senza assistenza sanitaria.

Lunedi, ore 11

Il paziente parte dall’aeroporto con il jet privato senza alcuna assistenza sanitaria. Al momento in cui sto scrivendo è ancora in volo, e non mi è dato ancora sapere se tutto è andato per il meglio. Incrocio le dita per questa persona, che non conosco ma a cui mi sono affezionato.

America First.

 

Med4Care Marco De Nardin

Dott. Marco De Nardin

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Note e bibliografia

(1) Decreto presidente del Consiglio dei Ministri 7 agosto 2020