Coronavirus: è possibile infettarsi più volte?

Coronavirus: è possibile infettarsi più volte?

Coronavirus: è possibile infettarsi più volte?

Sembra che sia possibile infettarsi più volte di Coronavirus e sviluppare nella seconda infezione sintomi più gravi. Un gruppo di ricercatori italiani (1) ha presentato questa ipotesi per spiegare l’elevato numero di forme severe di COVID-19 che si sono verificate nei mesi scorsi nel Nord Italia (e che, come ben sappiamo, hanno richiesto con urgenza l’aumento dei posti in terapia intensiva).

Vediamo un po’ più nel dettaglio le motivazioni a favore di questa ipotesi.

 

Alcune premesse

I ricercatori sostengono che le ipotesi già avanzate per spiegare l’elevato numero di casi gravi, e l’elevata mortalità, nel Nord Italia, non siano sufficienti. Alcune tra queste, ormai sono ben note: presenza di patologie pregresse, inquinamento, elevata densità di popolazione, iniziale scoraggiamento ad utilizzare le mascherine, elevata esposizione al virus negli ambienti ospedalieri, riluttanza nel seguire le norme di distanziamento sociale, perlomeno in un primo momento, il fatto che il virus circolasse da ben prima che il primo paziente venisse trovato, come affermato dalle indagini epidemiologiche dell’Istituto Superiore di Sanità, ecc.

Sicuramente tutti questi fattori, interconnessi tra di loro, hanno giocato un ruolo chiave nell’aumentare il rischio di reinfezioni. Secondo gli studiosi infatti una seconda esposizione al virus potrebbe essere la causa delle forme più severe di COVID-19 con sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS), molto simili ai casi critici delle epidemie di SARS e MERS.

 

Parallelismi con gli altri Coronavirus e ADE

I Coronavirus umani, famiglia alla quale appartengono SARS-CoV-2, SARS-CoV-1 e MERS-CoV, che abbiamo già confrontato in precedenza, possono causare reinfezioni, indipendentemente dall’immunità acquisita.

Nei casi di MERS-Cov e SARS-CoV-1, che hanno una somiglianza genomica con il SARS-CoV-2 rispettivamente del 50% e del 79%, è stato identificato un meccanismo noto come Antibody-Dependent Enhancement (ADE): gli anticorpi prodotti non solo non sono in grado di neutralizzare il virus ma, anzi, facilitano il suo ingresso e la sua replicazione nelle cellule, aggravando in realtà il quadro clinico. Per la SARS questo fenomeno era già noto, per la MERS invece è stato descritto più di recente.

L’ipotesi dei ricercatori è quindi che una prima esposizione al SARS-CoV-2 (ma anche ad altri virus/coronavirus) possa essersi manifestata con sintomi lievi o non aver manifestato affatto sintomi. Visto però l’elevato rischio di reinfezione a cui erano esposti i pazienti, in caso di reinfezione, proprio a causa dell’ADE, essi avrebbero sviluppato le forme più gravi della malattia.

ADE coronavirus
Figura tratta dallo studio (1) citato in calce. In blu le ipotesi dei ricercatori (ADE, esposizione ad altri coronavirus, ecc.)

 

Conclusioni

Se questa ipotesi fosse confermata si avrebbero importanti conseguenze:

I ricercatori suggeriscono infine due strategie per verificare se la sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS) sia causata dall’ADE:

  • sottoporre tutti gli operatori sanitari e i donatori di sangue ai test sierologici e monitorare nel tempo chi ha sviluppato gli anticorpi per SARS-CoV-2;
  • fare esperimenti con animali da laboratorio esponendoli più volte all’infezione.

Rimaniamo in attesa per comprendere se l’immunità al Coronavirus sia davvero permanente o meno. Nel caso non lo fosse potremmo assistere ad un importante cambiamento delle nostre abitudini di vita.

Med4Care Marco De Nardin

Dott. Marco De Nardin

 

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Fonti:

 

Per approfondire:

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