COVID-19 asintomatici e sintomatici: in cerca delle differenze

COVID-19 asintomatici e sintomatici: in cerca delle differenze

COVID-19 asintomatici e sintomatici: in cerca delle differenze

Quali sono le caratteristiche che contraddistinguono i pazienti COVID-19 asintomatici?

Si è discusso molto di asintomatici o pauci-sintomatici, e in un precedente articolo avevamo già accennato ad alcuni dei sintomi atipici o premonitori del Covid-19 come l’anosmia e altre manifestazioni minori.

Non avevamo finora però trovato alcuno studio scientifico specifico sui soggetti asintomatici. Di seguito presentiamo uno dei primi studi esaurienti (1) sulle caratteristiche peculiari di questa categoria di malati.

 

Chi sono i pazienti COVID-19 asintomatici?

I pazienti COVID-19, cioè che coloro che risultano positivi al tampone nasofaringeo, si distinguono in due categorie:

  • Sintomatici: manifestano sintomi della malattia da moderati a gravi, come la febbre, la tosse, problemi a respiratori. I sintomi appaiono dopo un tempo di incubazione (in cui il virus si replica fino a creare abbastanza danni all’organismo da essere evidente) che dura da pochi giorni fino a due settimane dalla prima esposizione al virus. 
  • Asintomatici: pazienti che nonostante siano positivi ai tamponi, mostrano sintomi minimi o non ne hanno affatto. Queste persone non si accorgono di essere malate poiché non avvertono i segni della malattia. Tuttavia, risultano particolarmente pericolose perché sono comunque contagiose e diffondono silenziosamente il virus nella popolazione.

L’esistenza di una popolazione infetta asintomatica quindi complica il controllo dell’epidemia in tutti i paesi, perché questi sono riconoscibili solo tramite tampone. Per questo è molto importante capire quali sono le caratteristiche che contraddistinguono i pazienti asintomatici rispetto a quelli sintomatici. Ad oggi le peculiarità di questi individui non sono state studiate in maniera esauriente; di seguito presentiamo i risultati di uno dei primi studi a riguardo.

 

Riconoscere gli asintomatici COVID-19 per studiarli

Un gruppo di ricercatori cinesi ha eseguito il tampone su più di 2000 individui in quarantena nel distretto di Wanzhou, in Cina, trovando 178 positivi. Di questi, circa un quinto (37 persone) sono stati dichiarati asintomatici poiché positivi al tampone, ma senza sintomi anche dopo 14 giorni e durante la durata della permanenza in ospedale. 

È importante sottolineare che questo risultato non vuole indicare che di solito un quinto della popolazione testata sia asintomatica. Infatti, il campione di persone considerato in questo studio potrebbe non riflettere la popolazione per due ragioni. La prima è che lo screening che descriviamo è stato fatto su persone ad alto rischio di contagio, in quarantena in regioni colpite pesantemente dal virus. Inoltre, il numero potrebbe essere stato sottovalutato a causa del margine d’errore dei tamponi, i quali possono talvolta dare dei falsi negativi.

Quindi i ricercatori, comparando gli individui asintomatici sia con individui sani che con individui sintomatici dello stesso sesso ed età, hanno cercato di capire quali sono le differenze che li contraddistinguono.

 

Il tempo di eliminazione del virus: indicatore di contagiosità?

I ricercatori hanno misurato l’intervallo di tempo in cui gli asintomatici risultavano positivi al tampone nasofaringeo, cioè presentavano dei livelli di virus rilevabili nel naso o nella gola. Rispetto agli individui gravemente malati, l’intervallo di tempo risultava in media più lungo. Misurare la durata di questo intervallo potrebbe essere per utile per capire per quanto tempo i pazienti rimangano contagiosi, ma non c’è ancora evidenza scientifica che assicuri che le persone che rimangono positive al tampone più a lungo siano più contagiose. Se così fosse, gli individui asintomatici, pur non presentando la malattia in forma grave, potrebbero essere contagiosi più a lungo dei malati gravi.

 

Quantità di anticorpi contro il virus: non vuol dire protezione.

Per valutare la risposta immunitaria di un paziente è utile, tra gli altri parametri, misurare la quantità di anticorpi specifici contro il virus nel sangue. Questi anticorpi vengono sviluppati solamente quando il sistema immunitario viene a contatto con il virus come meccanismo di protezione specifico, e quindi si trovano solamente nel sangue delle persone che hanno contratto la malattia o meglio hanno avuto contatto con il virus, mentre sono assenti nei soggetti sani o che non hanno mai incontrato il virus. 

Per questo motivo alcuni parlano di possibili “passaporti sanitari” basati proprio sulla misurazione della quantità di anticorpi nelle persone persone guarite, per tentare di provarne l’immunità al virus. Al giorno d’oggi però non sappiamo se gli anticorpi che i pazienti sviluppano siano protettivi o meno, quindi l’utilità di questi passaporti sanitari è al momento nulla.

Dato che ciascun paziente sviluppa anticorpi “propri”, non è detto che quelli sviluppati da una persona siano altrettanto efficaci di quelli prodotti da un’altra persona. Questo perché si dirigono verso diverse strutture virali, più o meno cruciali per i meccanismi di replicazione del virus.

I ricercatori hanno misurato le quantità di anticorpi dei pazienti asintomatici e sintomatici, sia nella fase più acuta (3-4 settimane), che nella fase di convalescenza, e hanno osservato che queste quantità erano più basse negli asintomatici. Quindi, in maniera quasi controintuitiva, i pazienti che stanno meglio sembrano mostrare una quantità minore di anticorpi.

 

Quanto durano gli anticorpi contro il virus?

Un altro aspetto molto importante è quello di verificare che la quantità di anticorpi nel sangue rimanga sufficientemente alta nel tempo, suggerendo una possibile protezione più duratura contro il virus. I ricercatori hanno quindi comparato i livelli anticorpali di pazienti asintomatici e sintomatici durante la fase acuta dell’infezione e hanno visto che, per entrambi, i livelli di anticorpi scendevano dopo circa 2-3 mesi. Un risultato deludente calcolato che il virus SARS-CoV, quello della “SARS”, per capirci, provoca una risposta immunitaria che perdura per circa 1 anno.

Di nuovo questi risultati scoraggiano dall’affidarsi a passaporti sanitari basati su un’ipotetica protezione data dagli anticorpi, perché la risposta, anche se fosse protettiva, non sembra essere duratura nel tempo.

 

L’infiammazione, l’unica grande differenza.

Come abbiamo visto in altri articoli, il COVID-19 può portare il sistema immunitario del paziente a reagire in maniera troppo aggressiva alla malattia, sviluppando un’infiammazione eccessiva che danneggia l’individuo stesso. Per questo motivo, le persone che sviluppano questa infiammazione eccessiva presentano un decorso della malattia molto più grave.

L’infiammazione viene innescata dal rilascio nel sangue di precisi messaggeri pro-infiammatori che possono facilmente essere misurati nel sangue dei pazienti tramite metodi di laboratorio. 

Lo studio (1) preso in esame conferma questo fatto. 18 molecole pro-infiammatorie sono risultate significativamente più alte nel sangue dei pazienti sintomatici, mentre i pazienti asintomatici presentavano dei livelli comparabili alle persone sane per la maggior parte di questi indicatori.

 

Conclusioni

Gli studi disponibili sui pazienti COVID-19 ed in particolare su parametri come contagiosità e immunità sono ancora troppo scarsi per poter trarre conclusioni definitive. I ricercatori ed i medici quindi incoraggiano a seguire le misure di protezione di efficacia comprovata, come il distanziamento sociale, l’igienizzazione, l’isolamento dei gruppi ad alto rischio e lo screening diffuso.

I cosiddetti “passaporti sanitari” basati sulla quantità di anticorpi contro il virus non sono affatto sufficienti a comprovare l’immunità al virus, né che la persona non sia più contagiosa. 

Al momento non sono quindi identificate differenze fondamentali che aiutino a distinguere con sicurezza tramite dei test i pazienti asintomatici e che tali rimarranno da quelli sintomatici o che lo diventeranno. L’unica differenza sostanziale pare sia che i pazienti con forme più gravi della malattia presentano un’infiammazione spropositata che abbiamo già iniziato a trattare con farmaci anti-infiammatori potenti e anticoagulanti. 

 

Med4Care Marco De Nardin

Dott. Marco De Nardin

 

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Fonti:

 

Per approfondire:

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