Covid-19: mortalità nelle terapie intensive lombarde

Covid-19: mortalità nelle terapie intensive lombarde

In questo articolo affrontiamo il tema della mortalità per Covid-19 nelle terapie intensive della Lombardia.

Partiremo dall’analisi di alcuni dati ufficiali del primo studio (2) fatto da alcuni anestesisti della Lombardia, la regione che è stata più colpita dal problema.

 

I pazienti in terapia intensiva in Lombardia

Lo studio era di tipo retrospettivo. I ricercatori hanno preso in considerazione i dati di 1591 pazienti in totale¹, di età media 63 anni, di cui la maggior parte di sesso maschile: ben l’82%.

Molti di loro al momento del ricovero avevano almeno un’altra patologia e circa la metà soffriva di ipertensione. Questo riconferma quanto già affermato in precedenza, vale a dire che il nuovo coronavirus ha avuto effetti più gravi su coloro che avevano già altri problemi di salute.

Per quanto riguarda gli esiti, dopo un mese dall’inizio della terapia, nella prima quindicina di aprile circa 6 persone su 10 si trovavano ancora nel reparto di terapia intensiva, mentre 1 persona su 4 è deceduta. In totale, solo 256 persone erano state dimesse dopo i primi 30 giorni. Come era prevedibile, la mortalità si è rivelata maggiore per i pazienti sopra i 64 anni di età, e minore nei più giovani.

Tirando le somme, possiamo dire che il paziente medio di terapia intensiva è un uomo anziano, probabilmente con almeno una ulteriore patologia.

 

La gestione delle terapie intensive

Il team di JAMA ha anche analizzato il modo in cui sono state organizzate le terapie a partire dai primi giorni dell’epidemia fino al momento in cui è stato dichiarato il lockdown.

Passiamo in rassegna i punti fondamentali della strategia messa in atto.

All’inizio dell’epidemia, attorno al 20 febbraio, sono stati scelti tempestivamente 15 ospedali affinché accogliessero i pazienti COVID. Il criterio con sui sono stati scelti è la lunga esperienza nella gestione di malattie infettive o insufficienze respiratorie.
L’organizzazione prevedeva che ognuno di questi ospedali rispettasse alcune regole fondamentali:

  • Creare reparti di terapia intensiva per pazienti COVID-19, in aree separate dal resto dei letti di terapia intensiva, per ridurre al minimo il rischio di trasmissione;
  • Organizzare un reparto in cui i pazienti potessero ricevere ventilazione meccanica, se necessario, in ogni ospedale designato. Queste zone sarebbero servite a supportare i pazienti in condizioni critiche con sospetta infezione da COVID-19, in attesa del risultato dei test diagnostici;
  • Stabilire procedure per il trattamento dei pazienti con sintomi respiratori, per testarli rapidamente e, a seconda della diagnosi, assegnarli al reparto più appropriato.
  • Garantire la disponibilità di adeguati dispositivi di protezione (igienizzanti, mascherine, guanti) per il personale sanitario, con l’organizzazione di un’adeguata fornitura e distribuzione e una formazione adeguata di tutto il personale a rischio di contagio;
  • Segnalare ogni paziente COVID-19, positivo o sospetto critico, al centro di coordinamento regionale.

Inoltre, per rendere rapidamente disponibili i posti in terapia intensiva e il personale, è stato previsto l’annullamento delle procedure non urgenti e altri 200 posti letto in terapia intensiva sono stati resi disponibili e forniti di personale nei successivi 10 giorni. In totale, nei primi 18 giorni, gli ospedali hanno reso disponibili 482 letti per terapia intensiva.

Purtroppo, per via del rapido e preoccupante incremento dei casi di contagio, il 10 marzo il presidente del consiglio ha dichiarato il lockdown.

Le unità di terapia intensiva, in quel momento, si trovavano ad affrontare il boom di casi gravi, una questione molto delicata.

Le risorse regionali sono state al limite delle loro capacità, così il governo italiano ha reagito fornendo risorse aggiuntive. Un esempio sono stati i trasferimenti di pazienti in condizioni critiche verso altre regioni, ma anche l’erogazione di finanziamenti di emergenza, personale e attrezzature per terapia intensiva.

L’obiettivo era quello di garantire che un letto in terapia intensiva fosse disponibile per ogni paziente che ne avesse bisogno.

 

Nella pratica, lo sappiamo, non è stato così. Ma questa è un’altra storia. Per fortuna il lockdown ha limitato i decessi evitabili.

 

Med4Care Marco De Nardin

Dott. Marco De Nardin

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Note:

(1) ricoverati in terapia intensiva dal 20 febbraio al 18 marzo

Fonti:

 

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